Malattie professionali: cosa è cambiato?

Cala del 3% il numero di denunce di malattie professionali nel nostro Paese. Il dato, riportato dal rapporto Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro- INAIL recentemente pubblicato, riguarda il periodo gennaio- ottobre 2010 e mette in correlazione l’analogo periodo del 2016.

Eppure, nonostante ciò, in alcune regioni d’Italia è stato registrato un considerevole aumento: + 12,7%in Basilicata + 12,6 in Campania + 10,6% nel Veneto. Per comprendere al meglio questo trend abbiamo intervistato Claudio Musumeci, direttore INAIL sede di Verona.

Direttore, per quale motivo aumentano le malattie professionali in Italia?
Nonostante il calo registrato negli ultimi mesi, è necessario ribadire che il numero di denunce di malattie professionali nell’ultimo quinquennio è notevolmente aumentato. La motivazione non va ricercata in un improvviso peggioramento delle condizioni di salubrità negli ambienti di lavoro, quanto piuttosto in tre fattori: l’emersione delle malattie perdute, l’inserimento delle malattie muscolo-scheletriche nelle nuove tabelle di malattie professionali, le denunce plurime.
Per quanto riguarda l’emersione delle malattie perdute, i dati sulle malattie professionali hanno sofferto in passato di una storica sottovalutazione dovuta a vari motivi tra cui: i lunghi periodi di latenza di molte patologie, le difficoltà di individuazione e di accertamento del nesso causale, una certa tendenza alla sottodenuncia da parte dei lavoratori interessati. L’aumento delle denunce negli ultimi anni è da ricondurre pertanto, sia alla maggiore consapevolezza raggiunta da lavoratori e datori di lavoro, che alle numerose iniziative di formazione/informazione intraprese da medici Inail, istituzioni e organizzazioni interessate al fenomeno, quali: parti sociali, medici di famiglia, patronati, enti di ricerca etc.

In relazione al secondo fattore, ossia l’inserimento delle malattie muscolo-scheletriche nelle nuove tabelle di malattie professionali, il Decreto Ministeriale del 9 aprile 2008 ha aggiornato l’elenco delle malattie professionali che godono della presunzione legale d’origine, inserendo in esso, tra l’altro, le malattie muscolo-scheletriche causate da sovraccarico biomeccanico. Tali patologie, già da tempo le più denunciate a livello europeo, sono ultimamente diventate la prima causa di malattie professionali anche in Italia. Invero, tendinite, affezioni dei dischi invertebrali ecc. hanno superato, nella graduatoria delle tecnopatie storiche italiane, l’ipoacusia, le malattie respiratorie e quelle cutanee, affermandosi come il rischio più frequente di tecnopatie. L’inserimento nella tabella ne ha sicuramente agevolato l’istruttoria per il riconoscimento sul piano probatorio, determinando così un più massiccio ricorso alla tutela assicurativa, come era peraltro nella ratio del legislatore.

Infine, per quanto riguarda le denunce plurime, lo stesso Decreto, nel definire le malattie professionali abbandona la generica dicitura “malattia da agente patogeno” per specificare in modo dettagliato la denominazione della patologia tabellata. Nell’ultimo quinquennio l’aumento delle denunce ‘plurime’ ha inciso sul conteggio complessivo dei casi. Nel 2016, nella gestione Industria e Servizi, le circa 47 mila denunce presentate hanno riguardato 35 mila lavoratori (quindi le denunce plurime hanno inciso nell’ordine del 34%) quando nel 2012 il rapporto è stato di poco più di 38mila casi rispetto a circa 30 mila lavoratori (26%). Nella gestione agricola il contributo delle ‘plurime’ è stata ancora più marcata: 7.720 casi denunciati su 5.424 lavoratori nel 2012 (42%) e 12.565 casi su 9.307 lavoratori (35%) anche se in controtendenza nel corso del quinquennio.

E per ciò che concerne le malattie professionali di natura psichica?
Bisogna dire che queste meritano una considerazione a parte. Gli effetti che sono stati prodotti sul mondo del lavoro a causa del protrarsi della crisi economica che appare sistemica, più che congiunturale, hanno contribuito ad innescare in alcuni lavoratori disagi e malesseri sfociati in taluni casi in vere e proprie malattie, definibili sinteticamente come ‘disturbi psichici da stress lavoro-correlato’. Invero, ild.lgs. N.81/2008 e le successive modifiche e integrazioni, hanno previsto la valutazione di tale stress da parte dei datori di lavoro e la circ. del 18 novembre 2010 del Ministero del Lavoro ha fornito le indicazioni metodologiche per la valutazione dello stress lavoro-correlato negli ambienti di lavoro.

Le denunce pervenute all’Inail, sono da considerare comunque sottostimate sia perché è difficile distinguere, in fase di denuncia e prima codifica, la specifica patologia psichica, sia per il confronto con quanto registrato a tal riguardo da altri organismi e osservatori. Dai dati della tabella nazionale si evince che le denunce per disturbi psichici da stress lavoro -correlato sono state circa 600 l’anno con una leggera contrazione nell’ultimo anno.

Parliamo di amianto e asbestosi in Veneto. Sono ancora tante le denunce a tal riguardo?
L’incremento delle denunce di tumore e di malattie da asbesto è stato costante negli anni. Tuttavia, sebbene i tumori professionali -compresi quelli da asbesto – siano la principale causa di morte per malattia tra i lavoratori, si ritiene che le cifre siano sottostimate per vari motivi: mancate denunce dovute alla difficoltà di riscontro del mezzo causale e scarsa consapevolezza della natura professionale di molti tumori. Quelli denunciati nell’ultimo quinquennio, fino a poco più 3.000 casi nel 2014 e per fortuna in leggero decremento nell’ultimo biennio: per lo più sono legati ai polmoni, alla pleura e alla vescica.

 

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Luciano Deotto, una vita al servizio degli altri

IMG-20171031-WA0005Belfiore, 27 ottobre 2017. Entro al Palasport in compagnia di Ilario e Adriano, due volontari dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (Aism) e, davanti a me, si stagliano più di 200 persone. Antonio Giordano, il Presidente di Aism Verona è il jolly della situazione: non si ferma un attimo e coordina gli spostamenti, il catering, i musicisti e i volontari. Mancano pochi minuti alle 20.00. I partecipanti si spostano a destra e sinistra in cerca di un posto in attesa di riuscire a compiere la loro missione: accogliere il Dottor Luciano Deotto, neurologo dell’Ospedale di Borgo Trento e festeggiarlo come merita.
Antonio Giordano afferra il microfono e invita tutti a fare silenzio. Come sempre, questo è un momento piuttosto difficile.

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Ricordo che, da bambina, in occasione delle feste a sorpresa, qualcosa andava sempre storto: il telefono che squillava, una tv che si accendeva magicamente, persone che starnutivano o qualche bambino che scorrazzava mettevano a dura prova gli organizzatori rompendo il silenzio dando seguito a un’ilarità generale.
E invece no. In men che non si dica, tutti i partecipanti salgono sugli spalti, si dispongono sui gradoni e attendono pazientemente l’arrivo del medico. Sono tante le persone venute qui per ringraziarlo e c’è addirittura chi arriva dalla Moldavia e dalla Puglia, da Firenze, dal lago d’Iseo un lungo viaggio che vale più di qualsiasi regalo. Eh sì perché Aism non si è limitata a organizzare i festeggiamenti in collaborazione con Fevoss La Luce di Belfiore ma ha anche raccolto una somma di denaro che sarà devoluta alla parrocchia dove Luciano Deotto ha prestato più volte servizio.

Luciano inizia a mangiarsi la foglia appena entra in palestra. Il grande cartello appeso al muro con su scritto “Grazie Luciano” è illuminato da un faretto. Lui è visibilmente provato e non riesce a muoversi mentre parte la musica del video che Tommaso, un volontario del gruppo Young Aism ha sapientemente montato la notte precedente. Antonio lo prende a braccetto e lo porta in mezzo alla sala; Luciano si lascia trasportare, l’emozione è tanta.

IMG-20171031-WA0009Il video mostra i volti delle famiglie, dei pazienti, degli amici che sono stati seguiti da lui in questi anni e, se per qualche minuto, il dottore riesce a mantenere un certo aplomb, poco dopo, scoppia in un pianto a dirotto che commuove tutti noi. Il video termina e il pubblico sventola i flyer simultaneamente, quei volantini con i quali è stato diffuso il verbo negli ultimi mesi di intenso lavoro volto a organizzare questa festa. Lui non si è accorto di nulla, e i volantini sono passati sotto il suo naso, tra le mani dei volontari, delle infermiere e dei pazienti mentre il dottore si apprestava a concludere il suo periodo di lavoro. “La pensione è solo l’inizio di un nuovo traguardo” recita il video di Tommaso e, di certo, il Dottor Deotto non poteva concludere meglio il suo periodo di servizio- più di 40 anni- attorniato dall’amore e dalla stima di coloro che hanno reso la sua vita un viaggio all’insegna della cura del prossimo.
“Ognuno di voi deve sentirsi amato da me”, afferma Deotto dopo aver ripreso fiato e dopo aver minacciato scherzosamente la famiglia che lo ha tenuto all’oscuro di tutto- e, anche se non faccio parte della schiera dei pazienti mi sento anche io amata da questo medico, così lontano dalle figure paternaliste e rigide tipiche del vecchio modo di fare medicina.
“Lui è un uomo che prima di visitarti ti chiede come stai, ma te lo chiede con il cuore, non si tratta di un pro forma, vuole saperlo davvero. Si ricorda le cose che gli racconti, ti guarda in faccia prima di visitarti perché lui sa che la salute passa soprattutto dal miglioramento della qualità della vita” spiega Antonio Giordano, suo paziente per diversi anni. Anche Irina, la mia vicina di banco lo elogia narrando episodi che hanno coinvolto se stessa ma anche il marito che attualmente vive in Moldavia.

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Mi viene da pensare ai film di Fantozzi, a quei momenti di finta convivialità durante i quali i colleghi festeggiavano altri colleghi prossimi alla pensione. Ricordo che, quando ero più giovane, m’infastidiva assistere a quelle scene, indubbiamente comiche ma anche amare, che permeavano indifferenza e disinteresse nei confronti di coloro che si apprestavano a uscire dal mondo del lavoro. Una pacca sulla spalla e un orologio per riassumere anni di servizio mi sembravano quasi un affronto.
Ma, assistere a un simile spettacolo, partecipare a questa festa, mi ha aiutato a rendermi conto che non è così per tutti e che se si fa del bene, questo poi si diffonde nell’aria coinvolgendo e spronando tutti noi a impegnarci per essere persone migliori.
In un mondo dove la cura dell’altro e la solidarietà hanno perso punti e chi è più furbo vince, chi ha più conoscenze arriva, chi ha pelo sullo stomaco schiaccia gli altri, c’è chi, ha deciso semplicemente di seminare amore. E, a giudicare dal risultato, ne ha raccolto davvero tanto.
Grazie Dottor Deotto, grazie ad Antonio Giordano ma, soprattutto, grazie ai ragazzi del gruppo Young.

Mi auguro che il vostro entusiasmo sia sempre l’ingrediente delle vostre vite.

Alessia Bottone

Una giornata particolare

 

“Cara Alessia – scriveva Cinzia dell’Associazione Amici senza barriere in seguito alla proiezione del documentario – ci farebbe piacere invitarti a pranzo per farti conoscere i nostri ragazzi. Ci sarai?”

Ovviamente, non posso rinunciare a questo invito! Però, è anche vero che non è affatto semplice arrivare in un posto, sedersi a tavola in compagnia di venti persone sapendo di non conoscere nessuno. Ok, Cinzia e il marito Roberto sono volti noti: li avevo incrociati a metà settembre in occasione di una riunione precedente all’evento del 27 settembre ma, è anche vero che, abbiamo speso solo pochi minuti per conoscerci.
Penso a questo mentre mi appresto a suonare il campanello. Penso anche che sono leggermente in ritardo, storia di una vita a dir la verità.

Cinzia risponde al citofono e mi accoglie sull’uscio della porta invitandomi ad accomodarmi in soggiorno. Entro e mentre mi avvicino al salotto mi accorgo che la vista è a dir poco meravigliosa. Dietro le grandi vetrate intravedo il lento scorrere dell’Adige che riflette il sole. Davanti a me una lunga tavolata di persone che attendono di mangiare e mi scrutano. Prima di dare inizio al banchetto tento di presentarmi con tutti i commensali. Dopo pochi secondi temo di dimenticare i loro nomi anche se, a distanza di giorni, in realtà, sono ancora scolpiti nei miei ricordi.

Piero, il marito di Emanuela, interviene per primo.
“Ma io ti ho vista in TV” dice e mi sorride. Poi arriva Roberta, che scopro essere la mia vicina di casa, Katia che scioglie il ghiaccio dichiarandosi felice a causa della mia presenza e Claudia che mi osserva timorosa spalancando i suoi occhi color del mare. E poi c’è Danilo che è una forza della natura e un rubacuori seriale. Divertente e irriverente allo stesso tempo, non si prende sul serio e bastano pochi minuti per conoscere vita, morte e miracoli. La sua allegria è contagiosa e capisco subito perché le donzelle gli girano attorno.

Mi siedo e Roberta mi presenta il suo compagno, Carlo mentre Andrea mi spiega tre modi diversi per raggiungere la sua abitazione. Il tempo scorre veloce mentre ci dedichiamo ai manicaretti cucinati da Giovanna e Angiolina, le due cuoche volontarie. Saltello da un posto all’altro per cercare di parlare con tutti.

Carlo gioca a carte facendo il solitario, Marco si riposa, Francesco fa il puzzle, la Presidente si occupa dell’amministrazione ed io mi assento per fumare una sigaretta (ahimè) e per raccogliere i pensieri.
Ho trascorso molte domeniche della mia vita in solitudine – a volte voluta e a volte forzata – visto il mio lungo esodo quinquennale verso altri Paesi del mondo. Qualche volta – in quegli anni- avrei voluto condividere il piacere di cucinare assieme ma questo non succedeva quasi mai, soprattutto all’inizio, quando non conoscevo nessuno in quel di Parigi, di Bruxelles o di San Jose. È una scelta coraggiosa quella di Amici senza barriere. Perché la domenica in Italia – ma anche all’estero – è pur sempre domenica e in pochi se la sentono di lasciare amici, parenti, fidanzati etc. per dedicarsi a chi quel giorno di solito lo trascorre da solo.
Ma gli Amici senza barriere erano lì, per condividere un po’ del loro tempo, una decisione che richiede una buona dose di pazienza.

“Paghiamo pegno per questa scelta” racconta Leda, “sicuramente, se ci incontrassimo di sabato, potremmo contare su più volontari ma noi non ce la sentiamo proprio di cambiare giorno”. Leda parla ed io non posso fare a meno di ripensare al film Ragazzo di campagna. C’è una scena in cui Angela, la protagonista, guida la macchina mentre Renato Pozzetto spera di non balzare fuori dal finestrino. La ragazza esterna i suoi sentimenti descrivendo le difficoltà di una donna in carriera annoverando, tra queste, la temibile domenica.
Visto che ci sono incollo il link della scena.

Ragazzo di campagna

“È la domenica che mi sento persa, devo muovermi, devo agire, devo correre. Il segreto è proprio quello non fermarsi mai perché se uno si ferma a meditare magari si domanda che ha fatto”.

Ecco, io non la penso esattamente come lei ma so che è così, e stare assieme è un ottimo modo per non incappare in malinconie tutt’altro che costruttive.
Devo dire la verità, faccio fatica a comprendere le persone che dicono “Eh sì, fa bene stare a contatto con i disabili/rifugiati/etc. perché questo aiuta a capire che siamo fortunati/s’impara a relativizzare etc”.
A dir la verità mi sembra piuttosto riduttivo come concetto e anche un po’ irrispettoso. Non si può stare con qualcuno solo per sentirsi più forti. A me piace stare in mezzo alle persone che hanno vissuto – o stanno vivendo delle difficoltà – perché trovo che con loro emerga ancora l’umanità, la voglia di stare assieme, senza ricevere nulla in cambio, senza fare nulla di speciale e senza uno scopo preciso. Ed è lì che crollano i filtri e le paure perché c’è qualcosa di più importante da festeggiare: la vita.
Ecco, concludo dicendo che, se avete voglia di provare tutto questo, vi consiglio di contattare l’associazione Amici senza barriere vi aprirà le porte e vi inserirà n questa piccola grande famiglia.

Alessia

Questo è solo l’inizio: adesso tocca a voi.

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Questa mattina sono andata a registrare una breve intervista per un’emittente televisiva e, conversando con la giornalista, sono tornata indietro nel tempo e, più precisamente, alle origini del progetto.
Si è trattata di un’occasione per ripensare a come si è evoluto il nostro lavoro.
Due mesi fa abbiamo terminato le riprese e il montaggio e ho iniziato a pensare alla fase più difficile: la presentazione.
Sentivo che non bastava organizzare un evento ma soprattutto, non bastava fare passaparola tramite la stampa o i social perché non era questo ciò che ci interessava.
E così, ho stampato la lista di tutte le associazioni veronesi – passando dalla Consulta Disabili arrivando alla provincia – e ho inviato un’email  a tutti i rappresentanti chiedendo loro di incontrarmi.

E così è successo.

Dal 20 di agosto ad oggi, quasi tutte le sere dopo il lavoro, week-end esclusi, ho ritagliato un po’ di tempo per fare un viaggio nel mondo delle associazioni veronesi.

Sera dopo sera, ho incontrato i Presidenti e le Presidentesse, ho raccontato loro ciò che stavamo facendo e il nostro intento. Davanti a un caffè, un aperitivo, ascoltando un concerto in centro, mangiando un piatto di pasta, al telefono, o partecipando alle riunioni: sono sempre stata accolta con interesse e mi è stata data la possibilità di ascoltare le storie, gli obiettivi, le istanze delle persone che lavorano nel sociale o vi operano gratuitamente.

Un’opportunità che considero una fortuna, davvero.

Ho imparato cosa vuol dire leggere un sms con un sintetizzatore vocale, ho capito che non si mandano mai formati diversi dal pdf o doc se si vogliono inviare documenti per non vedenti.

Ho capito che il labiale è importante e ci si deve rivolgere sempre con il viso verso il proprio interlocutore se questo è un non udente, per permettergli di capirci.

Ho capito cosa vuol dire non riuscire ad accedere a un negozio, ho provato a immaginare cosa significa “la sabbia negli occhi”, e ho ascoltato la frustrazione di chi lotta ma anche l’entusiasmo di chi crede in un mondo senza barriere siano esse architettoniche o culturali.

Io li ho ascoltati.  Loro hanno ascoltato me. Noi ascolteremo loro il 27 settembre.

Ma non è tutto qui perché nei giorni scorsi siamo stati contattati dai rappresentanti dell’Ordine degli Ingegneri e dell’Ordine degli Architetti i quali hanno deciso di patrocinare l’evento così come ha deciso di fare il CSV di Verona.

Dulcis in fundo, l’Ordine degli Architetti ha deciso di riconoscere i crediti formativi professionali per gli architetti che parteciperanno all’evento.

Concludo rispondendo a una domanda che mi è stata posta più volte. In tanti, infatti, mi hanno chiesto perché il documentario si è limitato alle sole barriere architettoniche e solo al centro.
Perché questo è solo l’inizio.
Noi abbiamo messo in campo tutta la nostra passione. Ora tocca a voi.
Vi aspettiamo il 27 settembre.

Per scaricare la locandina in formato pdf cliccare sul seguente link: Locandina evento Vorrei ma non posso

La vera barriera? Il pregiudizio

IMG_2787-05-09-17-06-04Continua il nostro percorso alla scoperta delle associazioni veronesi che si occupano di disabilità.
Oggi è la volta di Uildm.  Valentina Bazzani, la nostra giornalista, ha intervistato Davide Tamellini, il Presidente dell’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare Verona Onlus.

Presidente potrebbe dirci qual è l’attuale situazione barriere architettoniche a Verona?
A Verona, nel corso di questi ultimi dieci anni, abbiamo assistito a dei miglioramenti per ciò che concerne il centro città, nelle zone più turistiche, grazie alle segnalazioni e alla partecipazione di tavoli di confronto da parte delle associazioni della consulta della disabilità del Comune di Verona. Purtroppo ci sono ancora problemi per ciò che riguarda le strade e i marciapiedi in zone più periferiche, di accesso ad alcuni musei, ai ristoranti, ai negozi e sono presenti pochi bagni accessibili pubblici. Un altro problema riguarda i trasporti pubblici, con autobus con pedane rotte e autisti poco collaborativi. Inoltre i taxi, sono pochi e poco attenti alle persone con disabilità.
Come state lavorando con l’associazione?
Uildm Verona Onlus si è sempre occupata dell’abbattimento delle barriere culturali e architettoniche sia in città, sia con le Ferrovie di Stato, organizzando incontri con l’Ordine degli Architetti e Ingegneri. Abbiamo sempre partecipato a tutti i tavoli tecnici organizzati dal Comune di Verona. Purtroppo c’è il rischio di fare tanti tavoli senza però concretizzare. Noi non molliamo e cerchiamo di promuovere una cultura dell’accessibilità a 360°.
Quali sono gli aspetti che impediscono a una persona con disabilità di fare una vita normale?

Uno degli aspetti che rende difficile una vita con normalità è ancora il pregiudizio. Per fortuna le persone con disabilità hanno iniziato a farsi valere mostrando qualità non diverse da chi si crede “sano” ovvero persone con gli stessi diritti di libertà e con la possibilità di realizzazione piena della propria vita. Poi, non si possono non considerare le difficoltà più comuni, ovvero l’accesso a strumenti base per la propria autonomia (carrozzina, protesi, ausili vari, ecc), a strumenti informatici, agevolazioni per l’acquisto e per l’inserimento della domotica nella propria casa, l’accesso ai contributi per l’aiuto quotidiano. Inoltre, mancano politiche di welfare sociale adeguate; non c’è investimento sul fronte del lavoro e telelavoro.
Cosa manca secondo lei e quali sono i traguardi raggiunti?
Manca ancora una piena consapevolezza e volontà di garantire un’autonomia per le persone con disabilità. Il disabile è ancora visto come una persona svantaggiata e quindi un costo sociale. Traguardi sicuramente ne sono stati raggiunti sul piano dell’integrazione ed inclusione sociale ma dobbiamo ancora fare molti passi in avanti.
Cosa direbbe se dovesse descriversi in poche righe?
Sono una persona dinamica che si lascia spingere dai desideri e, a piccoli “passi”, ogni giorno cerco di far valere il mio diritto di persona provando a dare un senso alla mia vita costruendomi una famiglia e realizzandomi professionalmente.
Come vede il futuro per chi vive una disabilità?
Il futuro lo vedo bene perché sono ottimista. Sicuramente migliorerà l’accesso alle tecnologie e le nuove scoperte permetteranno di diminuire le difficoltà di chi vive con una disabilità. In tutti i settori, educativo, sportivo ci saranno sviluppi interessanti. Non bisogna mollare sul piano della comunicazione: le persone con disabilità devono continuare a coltivare i propri sogni e lottare per abbattere il pregiudizio. Se si riuscirà a spezzare quel meccanismo sarà più facile parlare di piena realizzazione della propria libertà di vita insieme agli altri.

La parola ad AISM

Mancano pochi giorni alla presentazione ufficiale del video documentario e, in questo frangente, ho deciso di contattare tutte le associazioni veronesi che si occupano di disabilità con l’intento di coinvolgerle e invitarle all’evento.
L’obiettivo è semplice: per una sera, vorrei riunire politica, associazioni, cittadinanza e conuntitleddividere il frutto della nostra ricerca e, perché no, favorire la realizzazione di un dialogo tra associazioni e cittadini. Una delle prime persone che ho contattato è Antonio Giordano, Presidente di AISM che mi ha accolto con un certo entusiasmo, un elemento necessario per portare avanti un progetto come questo. Ho quindi pensato di pubblicare alcuni suoi pensieri riuniti in una breve intervista.

Presidente, ci parli di lei.
Mi chiamo Antonio Giordano, ho 45 anni e da ventitré anni sono una persona con sclerosi multipla. Lavoro per il gruppo Centro Nord S.p.A. e mi occupo di acquisti e sicurezza sul lavoro. Infine, ricopro, da circa sei anni, il ruolo di Presidente provinciale di AISM Verona.

Com’è approdato ad AISM?
Sono arrivato ad AISM in seguito all’accettazione della malattia, nel 1998 quando, accompagnato da mio padre, ho capito che potevo rendermi utile e mi sono reso conto che le cose non capitano solo agli altri. Prima della malattia la disabilità altrui mi disturbava, pensavo che una cosa del genere non mi sarebbe mai capitata e invece poi, ho capito che gli altri non esistono perché io ero diventato gli altri.

Qual è il suo impegno in associazione?
Il mio impegno per AISM è totale. Credo in quello che faccio e, ancor prima di essere Presidente, sono stato un volontario che si è impegnato per dare un contributo reale al movimento, che ha un obiettivo: liberare il mondo dalla sclerosi multipla.

Come descriverebbe la sclerosi multipla?
Descrivere la sclerosi multipla non è semplice. Si tratta di una malattia che dura tutta la vita che fa tremare le gambe solo a sentirla nominare perché è invisibile ma devastante allo stesso tempo. Si può averla e nessuno se ne accorge oppure, al contrario, si può averla e tutti se ne accorgono. Io ho la sclerosi multipla da 21 anni. Nessuno lo direbbe ma c’è e solo io so cosa sento.

Parliamo di barriere architettoniche: cosa ne pensa?
Per quanto riguarda le barriere architettoniche penso che la mancanza di educazione civica e il rispetto siano alla base del problema. Sarebbe magnifico se una città come Verona storica, antica e stupenda abbattesse tutte le barriere architettoniche ma, bisogna essere realistici. Mi auguro che la gente capisca che, passo dopo passo e con tanto impegno sarà possibile rendere le cose più semplici e permettere a tutti di condurre una vita ricca ma soprattutto una buona vita, una bella vita grazie anche ai piccoli gesti. Un esempio? Basterebbe non occupare gli stalli riservati ai disabili e voltarsi se qualcuno chiede aiuto.

Cosa si potrebbe fare a Verona per migliorare la situazione?
Devo dire che siamo fortunati a vivere a Verona, in Italia troviamo situazioni molto più complicate. Verona s’impegna con il volontariato, con l’educazione e penso anche con buoni amministratori.

C’è una situazione che vorrebbe segnalare o sottoporre all’attenzione dell’amministrazione?
Se posso dare un consiglio direi che sarebbe il caso di ascoltare di più, parlare di meno e agire.

Divertimento e disabilità, un binomio possibile?
Sì, secondo me si tratta di un binomio possibile. Lo vedo tutti i giorni frequentando persone che, pur non senza difficoltà, fanno di tutto per condurre una vita piena.

Ultima domanda, il 27 sarà dei nostri?
Certo che sarò dei vostri, non c’è dubbio.

 

Viaggio alla scoperta dei miei perché

UNADJUSTEDNONRAW_thumb_5b70Oggi ho chiesto a Valentina Bazzani, giornalista del mio team, di parlarci di lei e dei motivi per i quali ha deciso di prendere parte al progetto “Vorrei ma non posso: quando le barriere architettoniche limitano i sogni”.

Valentina puoi raccontarci qualcosa di te?

Mi chiamo Valentina, ho 31 anni, sono una giornalista di Verona e autrice di due libri: “Una vita diversa “e “Quattro ruote e tacco 12“. Dall’età di 12 anni mi trovo su una sedia a rotelle a causa di una malattia neuromuscolare. Sono una sognatrice con la testa tra le nuvole e coltivo un’infinita passione per la scrittura sin da quando ero bambina.

Lavoro da anni per far conoscere da vicino le diverse situazioni che affrontano coloro che vivono la disabilità. Con il sorriso e l’ironia cerco di promuovere un cambiamento di atteggiamento significativo, privo di pregiudizi, stereotipi e pietismo.

Perché hai preso parte al documentario?

La collaborazione con Alessia è nata per caso, da un post su Facebook in cui denunciavo quante difficoltà vive una persona con disabilità che cerca un lavoro. Alessia mi ha contattata e mi ha presentato il suo progetto. Entusiasta ho accettato subito, perché sono più che convinta che ci sia molto lavoro da fare in questa direzione. Mi sono divertita tanto, è stato un lavoro con un team strepitoso. Sono certa che queste immagini faranno sorgere qualche domanda a chi di dovere.

Qual è il tuo sogno più grande?

Vivere una vita normale. E vi assicuro che la mia quattro ruote non c’entra. Lei fa parte della mia normalità e non mi ha negato di essere felice. C’entrano le possibilità che mi vengono offerte ogni giorno per vivere pienamente, realizzando le mie risorse.

Chi ha un perché per vivere, sopporta quasi ogni come” scriveva Nietzsche. Ecco, in questo momento il mio sogno è quello di trovare qualcuno che mi offra la possibilità di lavorare.

Cosa ne pensi dell’attuale situazione barriere architettoniche?

Sicuramente tanto è stato fatto negli anni, ma molto resta da fare! Se pensiamo all’accessibilità di una città come Londra… siamo ancora lontani anni luce.

E per oggi è tutto. Ricordate, manca pochissimo all’uscita del video. Vi aspettiamo numerosi all’evento di presentazione il 27 settembre 2017 alla Gran Guardia di Verona.